• inizio: 10/10/2018
  • fine: 24/02/2019


Quando nel 1949 ci si chiede sulla rivista “Life” se Jackson Pollock non è l’artista americano vivente più importante del momento, si premunisce anche che il pittore nato a Cody (Wyoming) nel 1912 e trasferitosi a New York nel ‘29, stia sensibilmente cambiando la scena artistica statunitense, dando la testimonianza forte di una pittura inedita che apre un nuovo straordinario capitolo della storia dell’arte. 
Mentre l’Europa soffre le vicissitudini post-belliche, gli Stati Uniti vivono un periodo di pace tra la fine degli anni ’40 e i ’50 che infonde una rinnovata linfa vitale alla pittura, al cinema, alla musica, alla letteratura e alla società americana. New York sottrae a Parigi il titolo di capitale dell’arte poiché vi esplode un’inaudita pittura, rigogliosa e spesso di grande formato, intorno ad un gruppo di pittori che recuperano la gestualità degli Espressionisti tedeschi esplorando un’estetica astratta e informale che si allontana progressivamente dal realismo per allacciarsi ad una spontaneità e espressione individuale. La New York School istituisce il punto focale dell’Espressionismo Astratto - la quale però non si considerava come movimento coeso - al cui centro si collocavano artisti come Jackson Pollock, Willem de Kooning e Mark Rothko, tutti dediti ad attuare un’autentica riformazione della pittura. 
Come vero protagonista di questa Scuola emerge Jackson Pollock, pittore prettamente americano, a differenza degli altri esponenti del gruppo che risentono ancora del loro bagaglio culturale europeo.

Alla mostra al Vittoriano a Roma, il visitatore si può subito sintonizzare con l’universo coinvolgente di Pollock accedendo a una galleria virtuale dove - proprio come durante il processo creativo pollockiano - gli schizzi di colore vengono gradualmente proiettati sulle pareti immergendolo in un mare cromatico che rende palpabile il trasporto di questa pittura vibrante. Sarà questa la caratteristica inconfondibile dell’Action Painting di Pollock. L’artista esegue una danza ritmica intorno al quadro steso a terra, “perché in questo modo … posso essere letteralmente nel quadro”, facendo sgocciolare la vernice sulla tela con un gesto rituale e scattante (dripping) o versandolo dal barattolo (pouring) per restituire la carica sensoriale della sua opera “immersiva”, servendosi sempre di strumenti extra-artistici come impasti di sabbia, vetro polverizzato o la spatola. 
Nella prima sezione si assiste ai momenti irripetibili della pittura spontanea di Pollock attraverso i video girati con la telecamera da Hans Namuth nel ’50 che vengono proiettati sul soffitto del museo.

Lo stesso 1950 si profilerà anche come anno determinante per la New York School, quando al Metropolitan Museum viene allestita un’imponente mostra dedicata all’arte contemporanea americana che esclude dalla lista degli invitati ad esporre esattamente quella schiera di artisti che vivono e operano a New York seguendo l’estetica dell’Abstract Expressionism. A maggio dello stesso anno i suoi più fervidi rappresentanti inviano una lettera di “ribellione” al New York Times, indirizzandola al direttore del Metropolitan, Ronald L. Redmond, in cui esprimono il loro dissenso riguardo la voluta esclusione. Tra i firmatari compaiono Jackson Pollock, Willem di Kooning, Mark Rothko, Robert Motherwell e Barnett Newman, poi etichettati dall’Herald Tribune come il gruppo degli “Irascibili“. Mentre il Metropolitan nega l’invito ad esporre ai pittori della New York School, il Whitney Museum - fondato già nel 1930 - giocherà un ruolo chiave nella promozione e diffusione di nuovi artisti e forme d’arte emergenti. L’impegno della lungimirante mecenate e collezionista d’arte Gertrude Vanderbilt Whitney sarà offrire un’importante ribalta ad artisti americani viventi, spesso trattati da altre grandi istituzioni come “refusée”. Per allestire a Roma questa mostra emblematica dell’Espressionismo Astratto, è stato il Whitney Museum a concedere uno dei nuclei più rilevanti della sua collezione permanente. 

La seconda sezione introduce il visitatore proprio alla Scuola di New York, esibendo una prova delle loro composizioni astratte cariche di segni gestuali intuitivi e campi cromatici “immersivi” che incarnano metaforicamente la ricettività dei rispettivi creatori. Alcuni di loro fondano le radici nella tradizione europea, tra questi Arshile Gorky e William Baziotes, mentre altri risiedono già a New York, come Pollock, Robert Motherwell o Mark Tobey. Barnett Newman raccontava dell’intensità poetica di Pollock dicendo che “la sua opera dà un contributo carico di sensibilità e pathos al grande dialogo sulle passioni umane”.  Risalta la forte empatia per gli avvenimenti dell’epoca a cui l’artista conferisce un’espressione in quadri di grande profondità emotiva, mentre il mito Pollock sembra alimentato da una breve vita segnata dalla rincorsa all’autodistruzione, dall’alcolismo e dai gravi sbalzi psichici, e dalla sua fine tragica e annunciata, avvenuta al volante della sua macchina in stato di ubriachezza nel ’56, tanto da inserire Pollock nella fila dei grandi meteoriti dell’arte precipitati precocemente dal cielo come Caravaggio e Van Gogh. 
L’avventura pittorica della New York School si può scandire in tre momenti: laddove il primo si delinea sin dai primi anni ’40, quando cominciano artisti perlopiù di origini europee ad avviare la ricerca di una pittura inedita lontana dal Vecchio Continente. Durante la seconda fase - che è da datare tra il ’47 e il ’58 - si cristallizza un gruppo di artisti ormai scevri dal realismo, che si affermano attraverso mostre singole e collettive, mentre il terzo periodo porta alla maturità e consacrazione di diversi esponenti, il cui percorso si evolve nella monocromia e nella riduzione minimalista. 

La terza sezione introduce all’opera di Franz Kline, che si avvicina all’Action Painting alla fine degli anni ’40, avanzando la sua rivoluzione pittorica. Su invito dell’amico de Kooning proietta un suo schizzo preparatorio sulla parete, vedendo i tratti sintetici divenire vere linee compatte che sembrano sbalzare fuori dal muro e che in seguito trasferisce su tele di grandi dimensioni, prediligendo spesso il bianco e nero. Insieme a Pollock, Kline sarà considerato tra i massimi portavoce della Scuola di New York.  
La quarta sezione cerca di evidenziare il passaggio dall’Espressionismo Astratto ai cosiddetti “Color Field”. Mentre il primo si caratterizzava per la sua forte gestualità e il vigore con cui i suoi artisti realizzavano i quadri di matrice astratta, la seconda si spinge verso una smaterializzazione della pittura e campiture piatte. Qui spiccano Ad Reinhardt, Helen Frankenthaler e Adolph Gottlieb, mentre con Sam Francis si giungerà al Minimalismo.
Proseguendo, si può cogliere uno sguardo nell’opera di Willem De Kooning, pittore di origini olandesi, arrivato negli USA negli anni ‘20. Le sue tele sono la manifestazione di una visione alterata e violenta che astrae la realtà esteriore. La “Donna Accobonac” esposta in mostra ne è un buon esempio perché rivela ancora le reminiscenze del figurativo, contrariamente ai suoi colleghi che dipingono in modo unicamente astratto. Come Pollock, anche De Kooning combatte a lungo i problemi di alcolismo. Sin dal ’55 De Kooning affronterà il tema della donna in maniera più simbolica, giungendo poi all’astrazione.
L’ultima sezione permette di immedesimarsi nella ricerca mistica di Mark Rothko. Lettone di nascita, ottiene rettangoli luminosi e iridescenti mediante pennellate estese di colore che generano momenti contemplativi e di assoluto silenzio.
Il coinvolgimento sensoriale del visitatore che ha introdotto al percorso espositivo, lo chiuderà altresì con l’invito a ognuno a realizzare un suo quadro in stile Pollock, muovendo le mani sulla tela digitale per dipingere con il dripping virtuale.  

Con questa riuscita mostra che tenta di empatizzare il tragitto avventuroso di Jackson Pollock e dei suoi compagni di strada, Luca Beatrice, che è il curatore insieme a David Breslin e Carrie Springer, si aggancia al dibattito aperto da lunghi anni, varando l’ipotesi che sia proprio il 1956 l’inizio dell’arte contemporanea. Anno medesimo della morte di Jackson Pollock, del pittore rivoluzionario che è parso come cerniera tra il prima e il dopo, e anno in cui appare per la prima volta la scritta “Pop” nel quadro di Richard Hamilton (“Just what is it that makes today’s homes so different, so appealing?”), paradigma della nuova società del benessere che si lascia i terrori della Guerra alla spalle per guardare al futuro. 
Sarà forse il famoso quadro “Number 27” di Jackson Pollock, questo stormo di schizzi cromatici nervosi e scattanti, segni della nostra epoca, a sintetizzare il passaggio del contemporaneo? 


luogo: Complesso del VITTORIANO Roma